Paul Gilbert, Corso di Metafisica

Paul Gilbert, Corso di Metafisica

Paul Gilbert, Corso di Metafisica


Di Mary Blindflowers©

Paul Gilbert, Corso di Metafisica

P. Gilbert, Corso di Metafisica, credit Mary Blindflowers©

 

Paul P. Gilbert, Corso di Metafisica, Piemme edizioni, 1997, sottotitolo La pazienza d’essere.

E di pazienza ce ne vuole tanta per riuscire a finire un testo di 343 pagine, tra interpretazioni chiaramente faziose della filosofia antica e heideggheriana, che hanno l’unico scopo di ristabilire un principio base: la scienza si è allontanata da Dio e avrebbe dimenticato l’essere e l’immutabilità dell’essenza originaria senza la quale niente avrebbe senso. Un polpettone ontologico-essenzialista che fa la morale, predica, propina rimestaggi neopatristici di Aristotele per sostenere la tesi dell’essenza che non muta.

La tecnica rifletterebbe “l’ultimo grado della ragione occidentale, il suo oblio dell’essere e della libertà”.

Ma perché l’uomo prima dell’invenzione della tecnica era libero? Era libero quando i padri della chiesa imponevano ai medici di consigliare, specialmente durante i periodi di pestilenze, di non lavare il corpo, perché era attraverso i pori peccaminosi della pelle pulita che potevano entrare gli agenti del contagio di tutte le malattie del mondo? Era forse libero l’uomo schiacciato dalle elucubrazioni dei teologi, quando anche la scienza doveva essere soggetta ad un principio originario e rinnegare la ragione in nome della fede?

Di quale libertà dunque parla l’autore?

L’espulsione della metafisica teologica dalla scienza avrebbe provocato la perdita o l’oblio della libertà? Come si può però perdere qualcosa che non si è mai avuto?

Il problema secondo Gilbert è la liberazione della scienza, che non è più come un tempo completamente subordinata alla spiritualità: “l’espulsione della metafisica e dei principi primi al di fuori della scienza, che sembrava liberare la scienza dalle sue costrizioni pre-determinanti e darle uno slancio verso un avvenire nuovo, rappresenta oggi un problema”.

C’è da chiedersi a questo punto per chi l’emancipazione della scienza dalla teologia rappresenti un problema. Per la Chiesa sicuramente. Questa ha perso l’osso polposo della completa sottomissione delle coscienze e dei corpi, si è creato un divario tra fede e tecnica, tra religione e scienza, un divario che qualche temerario scienziato cattolico cerca di appianare con teorie non dimostrabili e fatue ma che di fatto rimane, nodo scorsoio di un dio che non trova giustificazione pratica se non nell’esercizio di un potere sottile da parte dei suoi rappresentanti.

La libertà dell’uomo, secondo Gilbert, sfugge ai calcoli della scienza, che “rinuncia a fare gran che per il suo presente di guerre civili…” Così, “la vita spirituale dell’uomo, i suoi amori, i suoi odi, il suo passato, il suo futuro, tutto quello che fa la sua storia reale”, tutto ciò “sfuggirebbe ai calcoli della scienza” che viene accusata di eccessivo pragmatico empirismo, di aver dimenticato morale e principio originario, in parole semplici, quella parte metafisica del mondo che ci metterebbe in contatto con l’esigenza di esserci per pura esaltazione di un’irrinuciabile ontologia del potere. In pratica la liberazione della scienza del principio originario viene definita “anarchia”, che l’autore interpreta molto riduttivamente come semplice “assenza di principi”, e si domanda: “Quale sarebbe l’avvenire se dipendesse solo dai progetti anarchici delle nostre scienze moderne?” Domanda a cui si può rispondere con un altro quesito: come è stato il passato dipeso dai progetti nazisti dell’ontologia e della religione? Ha costruito uomini liberi? Erano liberi gli uomini e le donne bruciate nei roghi dell’inquisizione per aver cercato di indagare i misteriosi segreti della natura e delle sue sostanze? E poi che senso ha parlare di principi? Chi stabilisce quali sono e sulla base di che cosa? Cos’è la morale se non un concetto puramente aleatorio e suscettibile di continue evoluzioni e cambiamenti a seconda dell’epoca storica?

L’idea di presenza connoterebbe la differenza ontologica. “La presenza sostanziale sarebbe una sostanza che si presenta realmente nei suoi accidenti in un momento fugace del suo divenire evolutivo ma senza identificarsi con questi… L’idea di presenza lega così a sé la durata della sostanza, la sua trascendenza nei confronti dei suoi accidenti in cui essa si presenta…”.

In sintesi mutano gli accidenti non sostanziali (greco: symbebekòs, lat.: accidens = “che accade” nel tempo), ma la sostanza unica rimarrebbe immutata. Ovviamente non c’è nessun modo per dimostrare la presenza della sostanza unica, la sua realtà effettiva. Il metodo che il filosofo usa per accreditare la teoria della sostanza unica ed originaria, è puramente deduttivo ed empirico. Deduce dall’osservazione del mondo che “i tratti della nostra percezione non sono altro che maniere di espansione dell’unità, dell’integrità della sostanza”, che, specifica, “non è l’essere-qui delle sostanze colte nel presente dell’atto intellettuale”.  Niente di nuovo, dunque. Aristotele riconosceva una durata originale alla sostanza, appiglio che è servito alla patristica per fare di lui ciò che desiderava. La sostanza di Gilbert si donerebbe nelle sue relazioni, pur rimanendo nel movimento, sostanza.

Un cane che si morde la coda e che non riesce a superare il terribile limite dell’apologia dell’ontologia, la fondamentale indimostrabilità della sostanza e della sua originarietà.

La neo-scolastica può agitarsi come e più meglio crede, ma di fatto non dimostra nulla, il corso di metafisica di Gilbert, nemmeno.

Citare Aristotele, ampiamente manipolato e adattato da San Tommaso, non aiuta a dimostrare l’esistenza della sostanza originaria, semmai rafforza la convinzione che spesso anche la filosofia serve solo a giustificare un atto di potere con la scusa del punto originario, fisso, del motore immutabile di cui nessuno al mondo è mai riuscito a dimostrare l’esistenza.

https://antichecuriosita.co.uk/manifesto-destrutturalista-contro-comune-buonsenso/


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