La medicina della tortura

la medicina della tortura

La medicina della tortura


Di Mary Blindflowers©

Giornale della Società Medico-Chirurgica di Parma, 1806, credit Mary Blindflowers©

 

“Di questo Giornale ne uscirà un Fascicolo di cinque fogli ogni mese. I Fascicoli d’ogni quadrimestre formeranno un volume. Il prezzo di ciascun volume è di franchi cinque pagabili ogni quadrimestre anticipati”. Questa è la dicitura presente nella copertina del Giornale della Società Medico-Chirurgica di Parma, Vol. I, N°. III, 1806. Si tratta di un libretto che racchiude, degli articoli di carattere medico in cui vengono analizzati dei casi specifici di malattie e disturbi con tentativi di cura ed esiti, spesse volte mortali.

L’Ottocento segna il trionfo indiscusso della chimica. Ad essa si ricorreva per qualsiasi male, e spesso venivano prescritte cure a base di veleni, per esempio il mercurio o la digitale, potenti droghe come l’oppio i cui impieghi erano più che altro sperimentali. E di esperimenti infatti parla il Giornale della Società Medico-Chirurgica, di una medicina empirica, basata su tentativi, cauterizzazioni con la pietra infernale, ingestione di sostanze i cui effetti venivano studiati nel momento stesso in cui erano prescritti ai pazienti, che poi servivano da cavia, per misurare gli effetti e egli esiti: “Questo fondo lardaceo dipenderebbe mai dall’uso della pomata ossigenata? Se l’autore della memoria avesse omessa una tale applicazione, avrebbe la piaga assunta una tale apparenza? Non si conosce forse ancora la vera azione di questa pomata sulle piaghe, Noi perciò invitiamo i chirurgi a fare osservazioni ed esperienze a questo oggetto rivolte”(p. 203).

Lo sguardo impietoso del medico era ormai lontano dalla medicina stercoraria e dalla mancanza di igiene dei secoli precedenti in cui ci ci lavava poco nella convinzione che lo sporco e il grasso proteggessero i pori della pelle da eventuali malattie. Nel Medioevo, nel Rinascimento e nell’età barocca e pre-illuministica si pensava infatti che la maggior parte delle malattie venissero contratte attraverso la pelle. Si affermò invece nell’epoca post-chimica una nuova coscienza igienico-sanitaria, superando anche in parte i bigottismi della Chiesa cattolica che vedeva nelle terme e nei bagni occasioni di peccato carnale e nel lavarsi un atto impuro e tentatorio. I medici di fine Ottocento cominciarono a prescrivere il lavarsi come misura preventiva. Assieme all’igiene trionfò però anche un eccesso di chimica, spesso incurante della velenosità di molti composti e delle reazioni del paziente: “Qualunque sieno le istanze o le grida dell’ammalato, non si dee mai dipartirsi da una misura che si giudicò opportuna: la si dee però eseguire a sangue freddo, limitandosi ai soli mezzi d’assoluta necessità per ottenere l’intento, ed anche, se è possibile, senza che l’ammalato s’accorga che si cerca di far forza alla sua volontà… Dopo gli emetici la digitale è quello tra tutti i rimedi dal quale si possono attendere degli effetti vantaggiosi; e per la pratica che io ne ho, non reputo incurabile alcuna mania finché non è stata tentata la digitale a tali dosi da produrre sensibili effetti” (p. 225, 226). In alcuni casi si procedeva addirittura all’inoculazione di alcuni agenti patogeni, per curare, ad esempio, quella che chiamavano “mania”, causando un’altra malattia “distrattiva”: “la rogna stessa è stata inoculata con successo, ed il prurito che ne proviene ha forse contribuito alla guarigione de’ maniaci eccitandone continuamente l’attenzione… tra gli altri mezzi un unguento semplice combinato a forti dosi di tartaro stibiato, con cui si facciano frizioni alla testa rasa dell’ammalato non ha mancato mai di produrre un’eruzione di pustole consimili a quelle del vajuolo, che hanno fatto spesso una vantaggiosa diversione della malattia”. E poi dopo aver letteralmente torturato il paziente e averlo ridotto ad una cavia umana, fucina di sperimentazioni degne della cantina del diavolo, o di un inquisitore medioevale, l’immancabile dubbio finale: “Chi sa se la maggior parte de’ rimedi raccomandati in questa malattia non debba la su riputazione alle sensazioni penose, e disaggradevoli, che producono negli infermi, piuttosto che ad alcun potere specifico?” (p. 231).

Con tutta la malasanità a cui siamo oggi costretti, purtroppo, ad assistere, possiamo però continuare ad augurarci di non essere vissuti e di non esserci ammalati nei secoli passati. 

https://antichecuriosita.co.uk/manifesto-destrutturalista-contro-comune-buonsenso/


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