“La Cupa”, Fabbula di un omo che divinne un albero

“La Cupa”, Fabbula di un omo che divinne un albero

“La Cupa”, Fabbula di un omo che divinne un albero


Di François Nédel Atèrre©

L’albero, credit Mary Blindflowers©

 

In questi giorni si rappresenta a Napoli “La Cupa”, Fabbula di un omo che divinne un albero, recita il sottotitolo. È uno spettacolo di sconcertante modernità, che restituisce la voce al dramma eterno degli sconfitti, antichi e nuovi, alla Terra Madre violata, oltraggiata dai rifiuti e dallo scempio, lasciando ogni personaggio nella condizione, difficile da risolvere, di innocente e colpevole. Per i misfatti personali e collettivi, per i favoreggiamenti, per le omissioni.

Le cupe sono, nella lingua arcaica di Napoli, stradine che originavano dal naturale scorrimento delle acque piovane, dallo scavo che la pioggia compiva nel terreno; questi camminamenti diventavano sempre più profondi col passare degli anni per l’azione della natura e per l’intervento improvvido dell’uomo, il suo continuare ad estrarre dal sottosuolo il prezioso tufo –materiale da costruzione col quale, per secoli, sono stati fatti gli edifici-.

Diventavano strette a tal punto che il sole non riusciva più a penetrare nei loro cunicoli, stretti e insalubri, rendendole di fatto impraticabili.

Mimmo Borriello, che firma la drammaturgia dell’opera e che vi recita -dopo la trilogia “Trinità dell’Acqua” degli inizi del Duemila- ci porta, con la sua “favola di anime, uomini, e bestie” , in un mondo ancestrale dove le colpe sono del tutto simili a quelle dell’uomo moderno: il protagonista, Giosafatte ‘Nzamamorte, ha sotterrato per anni rifiuti tossici –o qualcosa che sembra esserlo- nelle profondità del terreno, costruendo al di sopra di esso e delle sue falde una apparenza di rispettabilità, un’ atmosfera di pace relativa pronta ad essere scossa al minimo sobbalzo.

Improvvisi, infatti, ritornano i fantasmi che erano stati scacciati a fatica: Giosafatte ha abbandonato anni prima i figli Mimmo e Peppe su un’isolotto, sorpreso da una tempesta. Non era riuscito più a raggiungerli e a metterli in salvo. Giorni dopo, avrebbe trovato il primo figlio morto ed il secondo disperso.

La moglie Bianca sarebbe stata spinta al suicidio da questo lutto troppo grande per lei, per le sue deboli forze.

Non sopportando l’orribile segreto, ‘Nzamamorte cresce l’unica figlia superstite, Maria, facendole credere di essere il fratello. Maria viene anche detta “Maria delle Papere” perché sembra essere continuamente circondata da questi animali, stranamente parlanti.

Le tresche familiari e gli odi stratificati di quest’umanità residuale si alternano e si intrecciano ai crimini modernissimi dell’interramento dei rifiuti tossici nucleari, dello sfruttamento dei clan sulla prostituzione dell’Est, del mercato degli organi, della pedofilia. Degli orrendi abusi, su bambini e cadaveri, di uomini che hanno rinunciato ad ogni connotazione umana.

A Maria delle Papere, accecata neonata dalla madre nella sua follia, viene tolto anche l’unico amore che poteva salvarla dalla sua condizione di reietta: Scippasalute si fa credere, con l’inganno, il suo innamorato: la ragazza si concede a lui senza sapere che non si tratta del suo fidanzato.

Peppino ‘Nzamamorte, il figlio creduto disperso e quindi morto, ritorna essendo sopravvissuto a quella notte di vent’anni fa e realizzerà la sua vendetta.

La parabola del dramma sembra suggerire dell’impossibilità di stare al mondo senza essere impoveriti in quanto si possiede di buono, sporcati ; dell’essere padri senza ferire, dell’esistere senza avere peccato in una civiltà -quella attuale- che ha perso ogni legame con il sacro: ogni rapporto familiare è degradato e perverso, come la sessualità deviata non verso il mondo animale ma verso un umano rivolto, con la sua intelligenza, al male assoluto.

Il dramma, scritto in versi di sconcertante bellezza, sembra indicare, anche nel fastidio che vuole creare nel pubblico, il pericolo che corre l’umanità nell’autodistruggersi.

La lingua è volutamente arcaica, e percuote l’orecchio dello spettatore come uno schiaffo, violenta per metodo, volgare per contrappasso.

Sulla scena scarna, impreziosita solo da colori scintillanti e costumi surreali, i corpi realizzano la loro forma di personale punizione in un perenne equilibrio tra il fascino del male e le acque scure del suo degrado.

La memoria della cava, il suo mondo originario e primitivo, sono mandati in pezzi come una bottiglia di vetro, vuota, gettata su una roccia. Ma non è offerta redenzione.

https://antichecuriosita.co.uk/manifesto-destrutturalista-contro-comune-buonsenso/

 


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