Perché un classico è un classico

perché un classico è un classico

Perché un classico è un classico


Di Mary Blindflowers©

Alte vette, credit Mary Blindflowers©

 

Umberto Eco era sufficientemente antipatico da riuscire ad essere realista e razionale. Scriveva a proposito dei classici: «Nulla di più facile che definire un classico: è un libro che tutti odiano perché sono stati costretti a leggerlo a scuola. In realtà, un classico è un sopravvissuto, intendo proprio in senso darwiniano: sopravvissuto a una selezione. Naturale o deliberata? Non lo sappiamo fino in fondo. Medea è giunta fino a noi perché era più bella di altre tragedie perdute? O perché Euripide era più ammanicato nel mondo dei teatri? O per puro caso? Io penso che in fondo i classici che conosciamo sono quelli che hanno goduto del consensus gentium, tanto da imporsi in qualche modo anche a chi non ne provava ammirazione: Dante sopravvisse al Settecento che lo detestava».

Il classico è un sopravvissuto, questa è l’unica cosa che sappiamo. Niente di più vero. Le ragioni di questa sopravvivenza possono essere molteplici e non sempre edificanti né per l’opera né soprattutto per l’autore. Realisticamente, quanto conosciamo i meccanismi che hanno portato un classico a diventare tale, agendo sulla coscienza collettiva e premendoci sopra? Quali sono state le esatte circostanze che hanno elevato un’opera alla definizione di classico? Cosa ma soprattutto chi ha deciso che il libro X non finisca mai di dire quello che ha da dire? Che nasconda significati universali? Che sia migliore di un libro invece dimenticato nella polvere degli anni?

Perché insomma sappiamo anche come vanno le cose in questo nostro meschino piccolo pianeta, sappiamo anche che Kafka ha pubblicato post-mortem senza sapere di essere un grande scrittore; siamo a conoscenza del fatto che se il vicino di casa di Umberto Eco, come ammetteva crudamente egli stesso, avesse scritto un capolavoro, probabilmente nessuno se ne sarebbe accorto, semplicemente perché era un qualsiasi signor Nessuno privo di agganci.

L’apoteosi del Qualcuno ha invaso talmente la coscienza collettiva e individuale, da non concedere al fruitore di un libro, nessuno spazio reale e critico alla riflessione sui classici. Le frasi ricorrenti che si odono sono le seguenti: “un mito è un mito e non si discute”; “mi piace perché è un classico”; “io adoro i classici per partito preso”; “non possiamo criticare i classici”; “un classico è un classico”.

Ma è davvero così?

Il percorso che ciascun libro percorre per arrivare alla fama, praticamente non interessa a nessuno perché il classico dà sicurezza, stabilità d’opinione e l’immaginario collettivo ha bisogno di certezze e di verità rivelate.

Nel caso di certi autori si arriva addirittura ad un rispetto religioso, come se uno scrittore etichettato come classico non potesse essere sottoposto al vaglio della ragione.

L’esaltazione della difesa del classico ad oltranza, raggiunge il parossismo nel caso della creazione di personaggi tipici. Questi, indipendentemente dal valore del libro o dell’opera d’arte in genere, entrano nell’immaginario collettivo, vengono trasformati dalla pubblicità e dai fans club, stampati sulle magliette, sulle bibite ghiacciate, parcellizzati, monetizzati, diffusi a livello mondiale attraverso il cinema e la televisione. Tutti conoscono, anche solo per averlo sentito nominare, Don Chisciotte della Mancia, ma quanti hanno letto veramente il libro? E che dire del volto della Gioconda leonardesca? Non lo troviamo un poco dappertutto? E la primavera di Vivaldi non è forse l’ossessione nel tempo di attesa del telefono?

Il classico diventa fenomeno di massa, perdendo la sua identità per assumere altri connotati, altri significati, così la sopravvivenza diventa ossessivo martellamento pubblicitario a fini di lucro. Che differenza c’è a questo punto tra l’immagine della Gioconda stampata nei cartelloni pubblicitari e quella di Maradona al posto della Madonna? Le distanze si annullano, le masse vengono nutrite di idoli, di miti, di continue e rassicuranti certezze sul valore della dimensione umana, insomma hanno necessità di avere degli dei sulla terra, degli uomini in carne ed ossa vivi o morti che sostituiscano dio e che vivano in eterno, sfidando la morte. Che poi questi uomini siano scrittori, calciatori o dive del cinema, poco importa. L’atteggiamento di chi annulla il proprio spirito critico in nome del “cult”, di qualunque tipo esso sia, è un sentimento religioso, un semplice desiderio di punti fissi.

L’analisi dei meccanismi attraverso i quali il punto fisso è diventato da mobile stabile, cade nell’oblio come un dente da latte, perché il mito ormai è diventato mito, dio è dio, la certezza è certezza e va difesa, salvaguardata, cullata per salvare se stessi dal baratro dell’incertezza.

Qualsiasi dubbio viene bollato come blasfemo, immorale, supponente. Come si possono avanzare dubbi sulla divinità? Come si può criticare dio?

Si crede ciecamente, perché il classico è il libro che si legge a scuola, il libro che ti dice e ti racconta quello che devi sapere anche se non vuoi, anche se ha uno stile vecchio e superato, anche se hai letto un libro migliore che però tale ufficialmente non è perché non ha il bollino di classico mondiale, di dio degli dei.

Peccato che dio, fino a che non venga effettivamente provata la sua reale esistenza, non esista. 

https://antichecuriosita.co.uk/manifesto-destrutturalista-contro-comune-buonsenso/


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