La voce del padrone©

La voce del padrone©

Di Annamaria Bortolan©

 

Handprinted Linocut, “L’evasa”, 20 x 15 cm. by Mary Blindflowers©

 

Lo sguardo che mi viene rivolto è di compatimento. Io in confronto a lei non sono niente. Sono fuori posto, non dovrei essere qui, in una sartoria alla moda dove si fanno lavori di aggiustaggio, accorcia, allunga, stringi, allarga… ma dove, è sottinteso, si preferisce lavorare sulle grandi firme, non su articoli acquistati in saldo.

Lei, arrampicata su trampoli di gusto, firmati come il reggiseno che indossa e che si intravede dalla trasparenza del vestitino bianco, mi chiede con gli occhi perché. Perché una miserabile pezzente, che non ha agganci altolocati, che non è mai stata capace in vita sua di andare a letto con qualche milionario, dovrebbe mettere piede nel negozio che pure lei frequenta? Una cosa inaudita.

Aspetto che la commessa recuperi la gonna da venti euro che ho fatto accorciare, poi pago e me ne vado. Colpa di agosto, di solito vado dai cinesi. In ferie pure loro.

Lei non ha fretta. Rovista nel bagaglio a mano che si ostina a chiamare borsa e ne estrae un pacchetto nero, porgendolo alla ragazza che le sta di fronte.

Lo accorci di due centimetri, non di più.”

La commessa sorride, se lo segna, ritira il pacchetto in una scansia alle sue spalle e le offre in cambio una strisciolina di carta per il ritiro. Pagherà dopo, con comodo. Poi la cliente si gira di scatto e con lo sguardo cerca il marito.

Dove cavolo sei andato a finire? Sei sempre distratto… Dammi la borsa con dentro i miei pantaloni coi cavalli… voglio provarli prima di farli accorciare!”

Lui sorride e rovista nel solito borsone. Potrebbe anche farsi dare dell’idiota già che c’è, tanto le parole non lo turbano. Ha l’aria di un avvocato o di un bancario o di un commercialista. Di uno ricco, di uno che conta e che non ha problemi con Equitalia perché è furbo. E che è furbo lo si vede dagli occhietti vispi che ha, da come scruta le gambe della commessa, con compiacimento. Sembra stia facendo una perizia, potrebbe anche essere un ricco impresario delle pompe funebri che sta prendendo le misure della cassa. Meglio giocare d’anticipo ed essere sempre pronti per non lasciarsi sfuggire un’occasione… Furbo, davvero.

Mentre lo sguardo di lui si sposta fino al fondoschiena rotondo come un’anguria di stagione della giovane, la moglie, raggiuntolo con un paio di falcate, gli strappa dalle mani i pantaloni e se li infila al volo dentro il camerino. Quando esce i capelli di paglia le circondano il volto come fossero un’aureola bastarda, incapace di stare ferma al suo posto a coronare di splendore quegli occhi duri, lo splendore di una vita beatificata dalla ricchezza. Nel tentativo di far stare al loro posto quei cavalli imbizzarriti stampati sulla stoffa, la commessa punta spilli continuando a sorridere e lei a blaterare. Intanto il marito cerca di intravedere le mutande della ragazza, accosciata com’è.

L’anno scorso siamo stati in un meraviglioso hotel in Sardegna, quest’anno Egitto, Sicilia, Francia e New York… Non puoi capire quanto io sia stressata. E stanca. Perché quei poveretti che campano con mille euro al mese neanche si immaginano cosa sia realmente una vacanza di un certo livello, la fatica che comporta, voglio dire. I mean, scusa ma mi preparo per New York, sorry, mica è da tutti fare viaggi così. Così impopolari, scusa se parlo difficile ma il concetto è un po’ astruso… o forse astratto… non puoi lagnarti e incolpare gli altri se fai un lavoro da niente e ti ritrovi a dover contare i dieci euro. Che vuoi dalla vita? Vanno avanti quelli che sanno stare sul pezzo. È lì che vedi se uno vale. Cioè, non è che ci si devono sedere sopra ma, gosh, devi essere pronto, devi saper allargare il cervello e le gambe per accomodarti subito sulla poltrona che hai di fronte. Se aspetti che ci si sieda un altro sei fuori. Non farti scrupoli, apri le orecchie, siediti solo se la poltrona è larga… Quelli che ci criticano sono tutti incapaci, inidonei alla vita. Lo vedi da come ragionano, poveretti! Stan lì a contare i soldini, questo no, quello no… Comprano porcherie nei centri commerciali e pensano di avere classe con quella robaccia addosso. E la conservano per anni, quasi venerandola, come se fosse insostituibile. Con quello che guadagna mio marito e il mio lavoro da oltre duemilacinquecento euro al mese posso anche permettermi di buttare i miei vestiti griffati in lavatrice e quello che viene fuori, viene fuori. Quanto è scema la gente che è in miseria! Scema e invidiosa, proprio ignorante.”

La commessa annuisce. Pensa che a farle perdere quel troppo che ha accumulato basterebbe poco. Una malattia gravissima. Un crollo della borsa. Un colpo di testa del marito perché tanto, lo si intuisce, il più grosso affare che quella cliente abbia concluso è stato il matrimonio. Il lavoro gliel’ha trovato lui. Non per merito. Non per competenza. Ma per esserci andata a letto, per aver soddisfatto le voglie di uno ricchissimo.

La commessa continua ad annuire e sorride. Va bene così perché, con quell’ascolto silenzioso e mortificante, ha soddisfatto le frustrazioni della moglie del chirurgo. O dell’editore. O del politico. O dello scrittore famoso. E la cliente tornerà. Tornerà e pagherà. E la proprietaria della sartoria sarà entusiasta e magari la premierà. E tutti faranno festa e sarà un giorno migliore.

Finalmente arriva la mia gonna. Pago e me ne vado. Prima di uscire osservo ancora per un attimo il marito della signora. Ha di nuovo gli occhi fissi su un sedere che non è quello di sua moglie. Non so perché ma mi sembra che si confonda con la tappezzeria.

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